Cidia del susino (Cydia Funebrana)

La cidia del susino è una farfalla con apertura alare di 12-15 mm e ali anteriori grigio-brune con screziature biancastre. Le larve rosate o rossastre e lunghe 10-15 mm trascorrono l’inverno imbozzolate sotto la corteccia. Dopo la fioritura inizia il volo degli adulti. In questo periodo le femmine depongono sui frutticini le uova, da cui nascono larve, che subito entrano nei frutti per mangiarne la polpa. I frutti attaccati di solito cadono a terra. I danni sono particolarmente rilevanti quando i frutti sono poco numerosi e la varietà coltivata è a raccolta tardiva (dopo metà agosto).

Per proteggere i frutti si può coprire la chioma con reti anti insetto o chiudere i frutti in sacchetti. È possibile anche la raccolta delle larve svernanti, ottimale per piccoli frutteti o piante isolate. In questo caso si applicano cartoni ondulati intorno al tronco delle piante a fine dell’estate, in modo da raccogliere le larve che vi cercano rifugio per svernare. Piuttosto di distruggere questi cartoni col fuoco, è consigliabile metterli dentro a delle zanzariere. Gli adulti scaturiti dalle larve svernanti non potranno uscire, mentre sarà possibile la fuoriuscita di eventuali parassiti, alleati nel controllo della cidia.

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Se non si usano copertura o sacchetti bisogna controllare settimanalmente i frutti. Quando quelli attaccati superano il 10% per la difesa biologica si interviene con il Bacillus thuringiensis che agisce sulle larve uccidendole in pochi giorni. Per essere sicuri che i parassiti ingeriscano una sufficiente quantità di tossine si può stimolarne l’alimentazione aggiungendo 10 g/l di zucchero alla miscela. I trattamenti vanno poi ripetuti ogni 5-7 giorni fino a quando si ritrovano frutti attaccati.

Monilia

La monilia è una patologia causata da alcuni funghi del genere Monilia. Si manifesta sui rametti del susino con la comparsa di tacche depresse e fessure longitudinali che portano alla morte della parte terminale del rametto stesso. I fiori colpiti imbruniscono e seccano, mentre i frutticini marciscono riscoprendosi di muffa grigia. I frutti in maturazione presentano macchie marcescenti concentriche di colore bruno e giallo-ocra e poi mummificano. La prima infezione può avvenire anche prima della schiusura dei fiori quando la pianta rimane bagnata per qualche ora anche in assenza di piogge e con temperature relativamente basse. Le infezioni possono continuare fino a quando le temperature non superano i 27-28° C. Nel caso di primavere umide e piovose, la monilia può distruggere completamente il raccolto del susino.

La potatura verde e l’eliminazione dei focolai di infestazione, allontanando dal campo i frutti e i rami colpiti dalla malattia, riducono i rischi di infezione. Ma, nelle zone soggette a questa patologia, la riduzione del potenziale di inoculo della malattia per la stagione successiva si ottiene con trattamenti biologici invernali a base di prodotti rameici: uno a caduta foglie e uno alla ripresa vegetativa.

Un buon effetto preventivo si ottiene distribuendo durante la fioritura una tisana di rafano (cren). Si interviene in pre-fioritura e ripetendo il trattamento fino alla caduta petali/scamiciatura dei frutti, se permangono le condizioni favorevoli allo sviluppo del fungo. La tisana si prepara utilizzando le radici appena raccolte. Si versa un litro d’acqua bollente su 30 g di radici grattugiate e si lascia infondere per 30 minuti. Raffreddato e filtrato, il preparato si usa direttamente sulle piante.

Per la difesa biologica nelle stagioni piovose, si possono eseguire irrorazioni con polisolfuro di calcio eseguendo trattamenti prefiorali alla dose di 30-50 g/l. Dopo la fioritura, il dosaggio diminuisce progressivamente (tra 10-20 g/l).  I trattamenti in fioritura vanno evitati per non disturbare i pronubi e per evitare l’azione caustica del prodotto sui fiori. Il polisolfuro di calcio non è miscibile con altri fitofarmaci bio ed è molto corrosivo per le attrezzature impiegate per i trattamenti, che devono essere lavate bene dopo l’impiego. Va utilizzato con precauzione perché è irritante per inalazione e per contatto con gli occhi e la pelle.

In alternativa al polisolfuro si può impiegare lo zolfo. Il numero di interventi e il loro dosaggio dipende dall’andamento climatico e dalla pressione della malattia. Le dosi più alte si impiegano in caso di forte pressione della malattia oppure per trattamenti curativi. Il proteinato di zolfo ha mostrato un’efficacia migliore rispetto agli altri formulati. Nelle etichette dei formulati commerciali a base di zolfo dev’essere indicata l’assenza del selenio, un metallo tossico per l’uomo e gli animali.

Al momento della fioritura è possibile intervenire direttamente usando prodotti a base di due microorganismi di origine naturale: il Bacillus subtilis oppure il B. amyloliquefaciens. Questi batteri sono in grado di colonizzare rapidamente gli stessi tessuti su cui agisce la monilia impedendo, quindi, al fungo di svilupparsi.

Se l’estate presenta un andamento climatico umido e piovoso prima della raccolta, è opportuno proteggere i frutti con i prodotti microbiologici citati. La monilia è una malattia particolarmente aggressiva e nelle annate favorevoli al suo sviluppo gli interventi di difesa riescono solo a limitare i danni, ma non ad escluderli completamente.

I trattamenti per il controllo della monilia, di solito, garantiscono anche il controllo di altre malattie fungine meno aggressive, come la ruggine, il corineo e i bozzacchioni o bolla del susino.

Ruggine del susino

La ruggine del susino è un fungo che sverna sulle foglie cadute al suolo, o sui rametti e frutti del susino. Si manifesta sotto forma di piccole macchie gialle sui rami bassi e, successivamente si evolve in piccole pustole che colpiscono la lamina inferiore delle foglie. Le piante colpite solitamente manifestano pustole anche durante la stagione successiva all’attacco. Il parassita può determinare la defogliazione completa del susino in condizioni di umidità o piogge primaverili persistenti.

La ruggine del susino si previene con la potatura verde, che arieggia la chioma.

In agricoltura biologica si riduce il rischio di infezioni da ruggine applicando al mattino un decotto a base di equiseto, una pianta che cresce spontanea su terreni incolti umidi o in ambienti ruderali. Si usano i fusti sterili interi, recisi a 10-15 cm da terra ed essiccati. Il decotto si ottiene lasciando macerare 80 g di equiseto per 24 ore in un litro acqua e poi portando tutto ad ebollizione e lasciando sobbollire per 40-60 minuti. Si filtra poi il tutto e si aggiunge acqua fino a raggiungere 10 litri. In estate questo preparato si utilizza solo in presenza di condizioni climatiche favorevoli allo sviluppo dei funghi (temperature relativamente basse, frequenti piogge), altrimenti potrebbe determinare disseccamenti fogliari.

Se i germogli attaccati sono più del 10% conviene intervenire con prodotti ammessi in biologico a base di zolfo ripetendo il trattamento ogni 7-10 giorni se il clima rimane umido e piovoso.

Se durante la stagione si sono verificati danni rilevanti da ruggine è opportuno eseguire a caduta foglie un trattamento bio con prodotti rameici per abbassare il potenziale di inoculo per la stagione successiva.

 

>> Dopo aver imparato i trattamenti biologici per il susino, guarda anche la playlist dedicata ai trattamenti alle piante da frutto!

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Dott. Francesco Beldì

Francesco Beldì è laureato in Scienze Agrarie. Si occupa di produzione orticola e frutticola biologica dal 1991. E' molto attivo nella divulgazione verso le aziende agricole e i privati e nei corsi di specializzazione post-laurea e post-diploma. E' autore di manuali di coltivazione biologica e di difesa delle piante con prodotti naturali.