Vaso policonico senza se e senza ma

L’innovazione nelle tecniche di potatura dell’olivo si basa principalmente sull’adozione della forma di allevamento a “vaso policonico semplificato” in sostituzione del tradizionale “vaso dicotomico” ed anche dell’originario “vaso policonico”, poiché riconosciuta più rassicurante per l’olivo, più economica per il produttore e convalidata da una lunga serie di esperienze. Rispetto alla forma originaria il “vaso policonico semplificato” si differenzia per:

  • l’economia di gestione della potatura con l’adozione di strategie a basso fabbisogno di manodopera;
  • l’applicazione degli interventi con elasticità, evitando potature troppo severe.

Tali proposte possono considerarsi un trasferimento alle attuali condizioni operative di quanto elaborato fin dalla prima metà del ‘900, quando il primo e più essenziale intervento nella corretta gestione degli olivi era reputato quello della drastica riduzione della quantità di legno strutturale, per limitare la capacità di affermazione della porzione superiore di chioma, esaltare la produzione nella porzione inferiore e ridurre i costi di potatura e raccolta. Una volta realizzata la forma descritta, le operazioni di potatura potranno essere eseguite da terra, riducendo fortemente il pericolo insito nel posizionamento e nella utilizzazione delle scale. Per la potatura manuale sono disponibili forbici e seghetti dotati di prolunga telescopica, così come per la potatura agevolata sono disponibili attrezzature endotermiche, pneumatiche ed elettriche che, con parte del materiale utilizzato per la raccolta agevolata (compressore, batteria, ecc.), consentono l’esecuzione di ogni tipo di intervento fino ad altezze di 4,5-5,0 m. Le operazioni di potatura eseguite da terra implicano spesso difficoltà nel posizionamento dell’organo tagliente, per cui si afferma progressivamente la tendenza alla esecuzione dei soli interventi prioritari su rami di maggiori dimensioni, con una qualità del taglio che tende a scadere, ma con un tempo di permanenza dell’operatore sull’albero che tende a limitarsi. Questo rappresenta l’elemento di maggiore interesse per la possibilità di prefissare il limite unitario di permanenza, procedendo alla esecuzione delle operazioni di potatura secondo priorità, tempi e costi assegnati.

Le operazioni di ordinaria manutenzione di una tale chioma appaiono, quindi, semplici, rapide e convenienti per ogni tipologia di oliveto e/o di pianta. Gli interventi potranno essere effettuati in sequenza prioritaria iniziando dal controllo dei succhioni, proseguendo con la selezione delle cime ed il diradamento della vegetazione secondaria. Ad una maggiore esigenza dei primi interventi può corrispondere una minore attenzione per l’ultimo e viceversa, restando comunque nei tempi assegnati (max 10 minuti/pianta/operatore).

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La riforma verso il vaso policonico semplificato

L’adozione di tale forma di allevamento consente di esaltare il reddito dell’impresa per una maggiore produzione favorita dalle cime della chioma che, nella porzione inferiore di chioma, svolgono il ruolo di equilibratore e distributore di risorse tra attività vegetativa e produttiva (funzione di cima). La loro assenza, invece, induce una maggiore emissione di polloni e succhioni a discapito della produzione. La porzione inferiore di chioma gode anche di un miglior microclima in termini di luce, temperatura e umidità relativa dell’aria, per cui si riduce la sensibilità verso malattie che godono di zone d’ombra e ristagni di umidità atmosferica (es. occhio di pavone, cocciniglia, fumaggine, ecc.). La riforma degli olivi potati tradizionalmente verso il “vaso policonico semplificato” può ritenersi, quindi, pratica raccomandabile per incrementare produzione e rese di raccolta, anche meccanica, senza incorrere in una eccessiva proliferazione di polloni e succhioni, che disperdono inutilmente risorse ed incrementano i costi di potatura.

Principali errori nella potatura degli olivi

Riforma periodica. Il tradizionale metodo di potatura utilizzato nella maggioranza delle aziende olivicole del meridione d’Italia prevede la riforma periodica, con conseguente drastica riduzione della produzione vista la notevole quantità di materiale vegetale asportato. La struttura scheletrica della chioma resta immutata, ci si limita a capitozzare gli alberi indipendentemente dalla loro età e/o dimensione provvedendo, nel contempo, ad eliminare anche le principali strutture secondarie nella porzione inferiore di chioma, ritenendole ormai esaurite. Le ragioni di tale metodologia sono nell’ambizione di limitare la crescita degli alberi e, con questo, semplificare l’esecuzione delle principali operazioni colturali (es. potatura e raccolta).

La chioma viene poi ricostruita con le stesse precedenti modalità per cui entro breve si ripresenta il problema della fuga in altezza della pianta e periodicamente si replica la riforma che tanto negativamente incide nella espressione del naturale potenziale produttivo degli alberi e nella salvaguardia del loro stato sanitario. I risultati sono in realtà opposti a quelli sperati: le piante fortemente alterate nel rapporto volumetrico tra chioma e radici ed impossibilitate ad esercitare la dominanza apicale per mancanza della conclusione naturale nel percorso di crescita verso l’alto, tentano disperatamente di recuperare il negato con emissione di rami a forte spinta vegetativa (succhioni) in corrispondenza dei tagli di capitozzatura, in numero proporzionale alla riduzione di altezza della chioma. Il risultato è che subito dopo l’intervento la parte superiore della chioma riprende il sopravvento su quella inferiore, peraltro già penalizzata dalla soppressione delle principali branche secondarie.

Acefalia. Ovunque in Italia si pratica sempre più spesso l’acefalia su oliveti in produzione, e talvolta anche in allevamento, cioè la limitazione degli spazi naturalmente desiderati dalla pianta, ad altri assegnati per soddisfare le esigenze degli operatori in fase di raccolta manuale o agevolata delle olive. Lo sviluppo in altezza è limitato da drastici interventi di potatura che alterano fortemente il rapporto chioma/radici, favorendo l’attività vegetativa a discapito di quella produttiva. Talvolta si consentono maggiori altezze alla chioma, oppure si opera su cultivar di ridotta vigoria, per cui è minore l’alterazione del suddetto rapporto e si realizzano produzioni conformi al potenziale naturale, ma i costi di potatura degli olivi incrementano notevolmente dovendo gestire una pianta comunque squilibrata. Gli effetti sono, invece, disastrosi quando l’acefalia viene praticata su piante monumentali dove alle suddette alterazioni di tipo fisiologico ed economico si aggiungono alterazioni ambientali e sanitarie per una chioma mutilata nell’aspetto e per una porzione residua di tronco avviata ad un progressivo, rapido deperimento.

Turnazione. Con l’intenzione di limitare i costi di produzione si propone, sempre con maggiore frequenza, la tecnica di potatura periodica, sia manuale che agevolata. I risparmi sono analoghi a quelli di una potatura manuale annuale al ritmo di 10 minuti/pianta che, però, meglio delle altre consente il conseguimento e la conservazione di una situazione di equilibrio tra attività vegetativa e produttiva, con positive ripercussioni su entità e costanza della produzione. Una corretta potatura annuale costituisce un potentissimo strumento per condizionare lo sviluppo della chioma e per manipolare dimensione, forma e funzionamento degli alberi. Gli svantaggi sono rappresentati dal costo di esecuzione e da un uso improprio, poiché una potatura non adeguata, o peggio sbagliata, può compromettere gravemente il successo dell’oliveto anche se la gestione dell’impianto è complessivamente corretta. Nella pratica comune si assiste a numerose deroghe da quello che, a nostro avviso, rappresenta l’ideale nella esecuzione della potatura, nell’interesse dell’olivo e dell’olivicoltore. Tali deroghe prevedono una varia turnazione negli anni, vari livelli di intensità di taglio e, recentemente, anche l’impiego di macchine per il taglio indiscriminato di porzioni di chioma. In ogni caso, l’alternativa che si intende praticare dovrà essere valutata sulla base dei costi diretti dell’operazione e di quelli indiretti per mancata produzione in piante squilibrate in senso vegetativo, dopo interventi cesori spesso troppo consistenti. Per questo, ogni tradizionale modello di esecuzione della potatura dovrebbe prevedere, “a latere”, la presenza di una porzione di oliveto condotta secondo il descritto modello di potatura e/o la presenza di piante non potate ma comunque coltivate.

Incuria. In fase di allevamento, anche in oliveti adeguatamente spaziati ed impostati, si rileva talvolta l’assenza di ogni tipo intervento cesorio (esclusi i polloni) durante i primi 2-3 anni di vita, spesso dietro suggerimento del vivaista. In tal modo la pianta investe maggiormente nella vegetazione più assurgente e vigorosa destinata a sostenere il vertice della naturale forma globosa, a discapito della vegetazione inclinata e meno vigorosa, utile per la formazione del vaso. I migliori risultati in termini di intensità e velocità di crescita si ottengono, invece, con assidui, essenziali e rapidi interventi per indicare e/o confermare la desiderata direzioni di crescita. Questi tagli, benché ridotti al minimo indispensabile, limitano comunque la iniziale capacità di crescita proporzionalmente alla quantità di foglie asportate e ritardano leggermente la entrata in produzione per uno squilibrio tra lo sviluppo dell’apparato radicale e quello della chioma. Per contro, potranno essere soddisfatte le esigenze di espansione degli alberi adulti, facilitata l’esecuzione di molte operazioni colturali, assicurato un miglior clima luminoso ed un ambiente meno recettivo per alcune malattie e, infine, assicurate anche buone rese di raccolta meccanica.

Spreco di risorse. Dopo il recupero della legna dai residui di potatura restano sul terreno rami di ridotto diametro, ramoscelli e foglie. Questi rappresentano un problema qualora recuperati per lo smaltimento (visto l’alto costo della manodopera) mentre, al contrario, divengono una risorsa quando trinciati e lasciati in superficie su suolo inerbito o interrati se lavorato. Infatti, l’operazione di recupero e bruciatura si concretizza in una perdita di denaro (determinata dai costi di accumulo) e di sostanza organica poiché questa viene trasformata in ceneri che, pur essendo ricche di macro (azoto escluso) e microelementi, anche se distribuite sul terreno non riescono a reintegrare gli elementi minerali asportati durante la coltivazione. La trinciatura in campo con macchine rotanti a martelli di flora spontanea e residui di potatura, consente di ridurre le dimensioni del materiale legnoso agevolando così l’attacco dei microrganismi per una rapida decomposizione dei residui in humus ed elementi nutritivi. Per ogni tonnellata di residui di potatura restituiti al terreno, si liberano circa 4 kg di azoto, 0,5 kg di fosforo, 4 kg di potassio, 5 kg di calcio ed 1 kg di magnesio. I vantaggi agronomici della trinciatura sono notevoli, ma non immediati, poiché la decomposizione di tali fibre vegetali avviene molto lentamente e talvolta sono opportune temporanee somministrazioni supplementari di azoto chimico per attivare il processo. Dove le condizioni strutturali e/o ambientali non consentono lo smaltimento del materiale vegetale così come appena descritto, si suggerisce il ricorso a bio-trituratori azionati meccanicamente o elettricamente per lo smaltimento dei residui di potatura, a decespugliatori per il controllo della flora spontanea, alla pratica del compostaggio alternando strati di materiale di facile e difficile degrado (rispettivamente erba fresca e residui di potatura), per la produzione di compost da restituire uniformemente al terreno.

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Foto: Olivo allevato a vaso policonico semplificato

Dott. Giorgio Pannelli

Giorgio Pannelli, agronomo specialista in olivicoltura. Già Primo Ricercatore presso il CREA-OFA di Spoleto per 34 anni circa, ora divulgatore delle migliori tecniche di coltivazione e potatura dell’olivo. Titolare dei siti giorgiopannelli.it e scuolapotaturaolivo.it